La morte e Dio

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La morte è un capolavoro di ingegneria esistenziale. Seconda solo alla vita.


Parlo della morte naturale, ovviamente. Quella che arriva alla fine di un ciclo, o di un percorso. Non parlo della morte prematura; né della morte del figlio che precede quella del padre, o della madre: non abbiamo umanamente forze per affrontare questo argomento ora.

E forse non le avremo mai. Non potremmo mai averle. Ho visto uomini di settant’anni piangere come bambini di fronte alla morte della madre centenaria. Una fortuna e un raro privilegio, dal punto di vista dei più. La solita sciagura senza rimedio, il classico naufragio senza superstiti nell’anima – dal punto di vista di chi la subisce.

Non si è mai pronti a quel dolore. Non si è mai pronti alla morte di chi amiamo. Anzi è la morte stessa che a volte ci svela quanto fossimo attaccati a una persona, mentre quand’era in vita l’avevamo magari pensata sempre più distante e ormai un po’ “estranea”.

Ma la morte vista nella sua globalità; la morte “normale”, oggettiva, o come si suol dire inevitabile; quella che viene alla fine di una vita più o meno interamente vissuta – annunciata dalla vecchiaia e magari preceduta da una (non troppo dolorosa) malattia – quasi che voglia prepararci all’evento – la morte naturale sì, che merita il titolo di capolavoro.

Con lei, Dio (qualunque cosa significhi questa parola) ha scolpito la sua Pietà parlante, il suo capolavoro completo. Appena appena meno stupefacente della vita.

Il senso della morte

La morte ci costringe a cambiare. Ci dice che possiamo, e che dobbiamo. Evita che prendiamo troppo sul serio le nostre piccole vite e le nostre povere cose.

Una vita senza morte sarebbe la più terribile delle condanne. Attaccati per l’eternità alle nostre beghe, continuamente in guerra per difendere le nostre poltrone di assessore o di ministro, il nostro posto in consiglio di amministrazione, i nostri piccoli e grandi privilegi e quelle quattro cianfrusaglie inutilmente lussuose che chiamiamo ricchezza.

Per l’eternità nella gabbia di una sola esistenza: essere eternamente un solo individuo. Un Giulio Cesare all’attacco per sempre sul suo cavallo. O un travet che per l’eternità sgobba nel suo ufficio, o un bimbo debilitato dalla fame, o obeso di benessere: per sempre. O il pittore che seleziona modelle nel suo studio: quale privilegio, in una vita breve; quale condanna, in una vita senza fine. Evasori fiscali per sempre, o prostitute, o manager in carriera. Corrotti o corruttori, vincenti e perdenti, leader e gregari, leali o infedeli. Madri donatrici d’amore o spacciatori di droghe. Grandi statisti o feccia di sottogoverno. Guerrieri valorosi o cacciatori d’appalti e trafficanti d’armi. Uomini e donne di talento o mezze calzette che vivono di favori, protezioni e raccomandazioni.

Statue di se stessi

statue di se stessi

Senza scampo. Per sempre. Essere eternamente la caricatura di se stessi; manuali viventi di immobilità. Diventare le proprie statue.

Non riuscire a dimenticare per sempre. Rodersi per l’eternità per un torto subito o un’aspirazione frustrata. Per un tradimento fatto o ricevuto. Per una promessa mancata, o un’attesa delusa, una bugia detta o ascoltata.

C’è da farsi venire i brividi. Ma per fortuna la morte è più saggia.

Dio

E’ come se Dio (qualunque cosa significhi questa parola) avesse detto: ok, siete liberi. Fate quello che vi pare. Potrete persino trasgredire alle leggi che io stesso ho scritto nella vostra anima. Ma poi dovrete cambiare. E vivere, da un’altra prospettiva, nel mondo che voi stessi avrete costruito con le vostre azioni. Potrete scegliere di essere carnefici, ma a patto di accettare di poter essere vittime la prossima volta; ladri, se accettate di essere derubati; traditori, traditi; assassini, assassinati; persino oltraggiare la vita se site disposti a subire la stessa sorte che avete inflitto, prima o poi.

Geniale. Assolutamente geniale. Anzi, divino.

In questo modo Dio (qualunque cosa significhi questa parola) trasforma un’eternità sciatta in un’eternità produttiva; un trascinarsi impotente in una potente scalata alla perfezione; un borbottìo e un lamento universali in forza creatrice.

E lo strumento con cui ottiene questo (è il caso di dire) miracolo, è l’obbligo periodico del cambio. La morte.

Lo si capisce guardandola.

La morte del corpo.

Il corpo privo di vita perde immediatamente la sua forma. E’ solo somigliante, non più lo stesso di qualche istante fa.

Il colore pallido, esangue, giallastro o violaceo, o altro a seconda del modo e delle cause fisiche. La bocca ostinatamente aperta. O meglio: vuota. L’assoluta assenza di reazione agli stimoli.
La sovrana, totale indifferenza all’affaccendarsi intorno delle persone più care, quelle un cui semplice starnuto avrebbe costituto, fino a pochi momenti fa, seria preoccupazione per chi non c’è più.

Ora a nulla valgono le mille tenerezze, i pianti sommessi o disperati, la coperta presa in fretta per riparare il corpo da un freddo che ormai è più dentro che fuori.

La morte vissuta non ha niente di umano. E’ brutta. E fa male.

Subito, immediatamente, nel corpo si scatena una fuga generale, un si salvi chi può che coinvolge le più sperdute molecole, i più distratti protoni, i più aggressivi elettroni fin nella più remota periferia.

Una guerra senza quartiere. Guerra contro i legami fisici, chimici, biologici. Una guerra hobbesiana di tutti contro tutti.

Dopo pochissime ore il corpo emana cattivo odore. Segno che il conflitto è totale, continuo, letteralmente bestiale, senza vinti né vincitori. Prima i gas. Poi i liquidi. Poi i tessuti. Un  massacro continuo. Una demolizione reciproca. Quasi un fare a gara a farsi male.

Il corpo senz’anima è un Paese senza più legge, devastato da bande che si devastano con spietata naturalezza anche al loro interno.

Se non c’è più il re, ognuno è re. Se non c’è morale, nulla è immorale. Se non c’è legge, tutto è lecito. Se non c’è l’anima, niente ha più senso: nulla più lega nulla a nulla.

Quella puzza è il puzzo dei cadaveri, dei morti, dei feriti, dei mutilati di quella guerra invisibile. E’ il grido delle vedove, il pianto degli orfani. E’ l’epidemia che sopraggiunge, dopo la carestia che l’ha preceduta.

Se non seppellissimo così rapidamente i nostri corpi avremmo l’esatta visone di ciò che Dio vede guardando le nazioni disfatte. Il caos totale, in tutta la sua intollerabile bruttezza, nella sua palese ingiustizia, e soprattutto nella sua totale falsità.

L’Anima

Solo l’anima aveva questa forza straordinaria: di tenere insieme tutto ciò che sta esplodendo. Null’altro ci riesce. Nemmeno la forza di gravità. Il cattivo odore che esce dal corpo è come il fungo di fumo sul disastro nucleare. Il sigillo sulla fine di una civiltà.

Perché ogni corpo è una civiltà. Un insieme straordinariamente complesso, molto più di qualunque civiltà umana, tenuto insieme da miliardi di miliardi di esigenze, da mille vincoli e una sola legge: la volontà dell’anima che lo regge.

Partita lei, nulla più si sostiene. Tutto affonda, implode o si polverizza. O esplode in questo big bang personale di cui vediamo solo uno dei lati, la fine, mentre non ne scorgiamo l’inizio. Né il vecchio, né il nuovo.

E’ per questo che la morte è brutta: perché ci parla di disordine, di caos, di ingiustizia, di sopraffazione, di fuga verso il nulla.
Invece l’anima è legge, è bellezza, è giustizia, è verità. E’ essere, ed è eternità. Di questo ha bisogno. Questo cerca.

L’anima è come quel tempio classico in cima al cocuzzolo bitorzoluto e orribile della montagna. L’armonia che poggia sul caos. La bellezza della forma che nobilita la cruda materia.

Ma molto di più, l’anima è un tempio che pervade il corpo, lo fa suo, lo comanda e lo dirige al meglio per entrambi. Forse, addirittura – come insegna il grande Plotino – lo crea. E’ per questo che, alla sua morte, quella “montagna” non resiste. Non esiste.

L’Anima, la Morte e la Vita

Ecco perché la morte è un capolavoro di ingegneria di Dio. Perché è un inno alla vita. Perché il corpo senza più moto non fa altro che indicare l’anima.

Non solo quella che ha lasciato quel corpo ed ha ricominciato il suo ciclo. Ma la nostra, ancora tutta nuda sul suo cammino.  Perché noi che guardiamo siamo anime, e le anime cercano nelle cose ciò che assomiglia loro: la bellezza, la verità, la giustizia. Mentre distraggono lo sguardo da tutto ciò che è brutto e informe. Perché non parla di loro e del loro mondo.

E bisogna saper dire di no agli occhi, per non cadere nel buco nero della dissoluzione apparente, per non prendere per vero ciò che si vede, mentre tutti i migliori filosofi – anche il divino Platone, che mi ha fornito le chiavi per questo scritto – sostengono che, rispetto alla Verità, nulla è più falso di quello che appare.

Se si chiudono gli occhi davanti al brutto e si lascia parlare l’anima, ecco che la verità appare.

E allora capisco che quel corpo che si dissolve, quelle molecole, persino quegli stessi protoni ed elettroni – non stanno fuggendo verso il nulla ma sono irresistibilmente attratti verso l’unica cosa che può dare loro senso, e posizione nell’universo: un’altra anima.

O più probabilmente stanno accelerando per inseguire e non perdere il contatto con quella stessa anima, per poter vivere con lei un’altra vita.

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Il Giorno Che Si È Perso Dio

Bambini se ne perdono ogni giorno. È una triste verità. E qualcuno, a volte, non torna.

Oggi è andato via Kevin, due anni appena. Precipitato in un piccolo canale dopo una lunga marcia di 7 kilometri nella direzione sbagliata, cercando la via di casa. Oppure caduto subito e trascinato fin lì dalla corrente, come è più probabile.

Forse era stremato come dicono i giornali. Forse ha messo un piede in fallo. Chissà. Ormai non è più importante. Il punto non è più questo. Il punto è che Kevin non c’è più. E che anche Dio non c’è più. Si sono persi insieme.

ROCCAFRANCA BAMBINO SCOMPARSO

Come uomo posso cercare di accettare quanto di peggio vi sia nella Storia e nel piano di Dio. Almeno provvisoriamente, in attesa di meglio.

Posso accettare la guerra, la cosa più orribile, ingiusta e ripugnante – perché dopo tutto l’uomo è ancora un selvaggio. Quando avremo imparato a cercare e trovare soluzioni vere, la guerra scomparirà. Altrimenti saremo noi a scomparire. Non abbiamo scelta, se non quella di crescere in civiltà.

Posso accettare la mafia, la belva più ottusa e feroce, per gli stessi motivi. La aborrisco e la combatto, ma la sua presenza, di per sé, non è sufficiente a smentire il piano della divinità.

Posso accettare che vi siano governanti corrotti, parlamentari traffichini, incompetenti al potere, industriali evasori, evasori senza industrie, e ogni genere di criminalità, per gli stessi motivi. Perché l’uomo è un essere ancora provvisorio.

Posso persino accettare che nel piano di Dio vi sia la pedofilia, il più disgustoso dei reati e dei peccati – una malattia talmente grave da distorcere finanche il significato della parola che la indica. Ma pur sempre una malattia, alla quale forse un giorno si potrà trovare una cura.

Ma non posso accettare che un bambino come Kevin si perda senza far ritorno a casa.

Brescia Roccafranca ricerche bambino Ghanese scomparso

Non posso accettare che neanche uno, tra le migliaia di angeli di Dio abbia trovato il tempo e il modo per indicare al bambino la strada giusta.

Che neanche uno delle migliaia di santi, neanche quelli altre volte così puntuali nello sciogliere a comando il loro sangue, abbia ritenuto di fare un miracolo per quel povero piccolo.

O per prenderlo in braccio e portarlo di nascosto nel campo più vicino al suo papà e alla sua mamma, farlo piangere e ritrovare: senza che nessuno vedesse nulla, senza svelare nessun segreto della provvidenza.

Non posso perdonare Dio per averlo permesso.

La verità è che insieme a Kevin abbiamo perso Dio. Ed è di lui che ora bisogna andare in cerca, sperando di essere più bravi o più fortunati.

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Una Cura per i Medici Malati di Politica

Stamattina, mentre facevo tutt’altro ed ero piuttosto sovrappensiero, mi sono imbattuto in un manifesto che a suo modo spiccava tra i tanti altri, fino al punto da attirare l’attenzione, per così dire, del mio inconscio.

Non era un manifesto speciale. Ma c’era stampato sopra il viso di un amico, medico, candidato alle prossime elezioni provinciali.

politica e sanità

Lo slogan era improntato al cambiamento, e questo mi ha fatto sorridere: il mio amico è in politica da quando aveva i pantaloncini corti. Ma tant’è…

Da ragazzi ci si incontrava in un noto club cittadino per delle proverbiali partite a biliardo. E ricordo che una volta, intorno al biliardo, un tale gli chiese: “Perché studi medicina. Per i soldi?

La sua risposta è come se l’ascoltassi adesso: “Sì, per i soldi. Ma anche per migliorare il marciume di questi medici.”

Tutti apprezzammo sia la sincerità che il buon intento.

Molti anni dopo, eccoci qui. Non so se sia riuscito a migliorare il livello medico, né quale sia il suo rapporto con i soldi.

Ma la sua candidatura ha avuto per me un effetto esplosivo su alcune riflessioni che si sono sedimentate negli anni, e sempre più insistentemente chiedevano di venire alla luce.

La prima riflessione è: come mai tanti medici in politica? Perché sono veramente tanti; e quasi mai si può dire che siano veramente bravi.  Né potrebbe essere diversamente. Hanno l’intelligenza, e quasi sempre l’etica, necessarie. Ma non hanno la preparazione tecnica, né il tempo (e forse la volontà) di farsela. Niente preparazione giuridica di base, niente storia, poca o niente economia, sociologia zero,  e lasciamo stare i grandi progetti e la filosofia.

Il loro destino in politica è segnato: non saranno che portatori d’acqua (cioè di voti) per altri politici “di professione”, magari non altrettanto intelligenti ed eticamente dotati, ma tempopienisti dell’andazzo corrente: ed è un vantaggio non da poco.

Quando raggiungono posizioni di vertice, i medici-politici producono spesso guai in quantità industriale, diventando collettori di tangenti (Poggiolini), politici “discussi” (Cuffaro, De Lorenzo e tanti altri) o semplicemente incompetenti e pasticcioni (Fioroni, e Dio sa quanti altri…). Senza dire del dentista Calderoli, cui dobbiamo la gustosa legge elettorale vigente, che degrada i cittadini a sudditi votanti delle decisioni già prese dai boss di partito. O lo Scapagnini che ha condotto Catania al dissesto finanziario,  e che è passato alla storia per questa diagnosi illuminante:  «Silvio Berlusconi ha un sistema di tipo neuro immunitario veramente straordinario per cui niente mina la sua salute… è tecnicamente immortale».

E, per carità di patria, sorvoliamo sui quasi mai edificanti, quanto inspiegabilmente numerosi, esempi locali.

medici politica sanità

Medici in politica: medici o malati?

Ora la domanda è: come mai così tanti barattano una professione sacra con una poltrona-quale-che-sia, e per ottenere la quale sono disposti letteralmente a tutto, ma soprattutto ad immolare la propria dignità, civile e professionale, al notabilotto di turno o fosse pure al segretario di partito?

Di quale oscura patologia sono ammalati coloro che lasciano la scienza della salute fisica per imbarcarsi nella mediocre arte della navigazione politica di basso profilo, quando non nell’allegra pratica del disastro pubblico?

E non ci sarà un nesso tra questo esodo biblico di medici verso la politica, e la catastrofica situazione della sanità, nonostante i colossali investimenti?

Vorrei davvero che si aprisse un dibattito su questo tema. Non so chi possa rispondere, l’Ordine dei Medici, un Rettore avveduto o chi altri; ma sarebbe bello se su questo tema così importante si aprisse una larga e franca discussione.

I medici non apportano alcun valore aggiunto in politica. Ma in compenso squalificano grandemente la propria professione. Possibile che questo non interessi a nessuno? Non ai cittadini; non alla gran parte dei medici che continuano a fare correttamente il proprio lavoro?

Bisognerebbe forse equiparare i medici ai sacerdoti, per la loro presa sulle paure e sulle speranze delle persone, ed applicare ad entrambi lo stesso divieto di fare politica che oggi vale per i preti?

Per carità, niente esclusioni. La Costituzione lo vieta; il buon senso pure; e un minimo di conoscenza storica insegna che i divieti sono controproducenti.

Ma, perlomeno, il medico che vuol fare politica, faccia qualche esame integrativo: un minimo di diritto, di storia, di economia, di politica internazionale, magari di filosofia politica. Giusto per capire cosa si va a fare, come, con quali strumenti, per conto di chi, in vista di quali fini.

Questo non farà di lui un grande statista né un fine intellettuale politico. Non diventerà Moro né Giolitti o Cavour, non Gramsci né Sturzo. Ma potrà almeno fare un lavoro dignitoso e soprattutto autonomo, in cui mettere a frutto il proprio senso critico, la propria creatività e la propria intelligenza, anziché svendere tutto al primo boss clientelare che lo fagociterà.

Ne guadagnerebbe la politica. E ne guadagnerebbe la medicina.

Ovviamente il discorso è generale; vale per ogni tipo di professionista e dovrebbe valere per ogni cittadino.

Ma il medico ha una valenza simbolica (e di conseguenza un potere elettorale) ben più pregnante; e di converso non vi è una tale invasione della cosa pubblica, né esodo dal proprio lavoro, né (spesso) scempio della cosa pubblica, da parte di idraulici, panettieri e così via…

Altrimenti andrà a finire come ora, come ieri, come sempre. Non avendo la conoscenza adeguata, il medico si aggregherà a naso a qualcuno, ed eccolo lì a far la spola tra l’uomo-delle-soluzioni, di solito un burocrate o un signorotto politico-feudale provinciale, regionale, più raramente nazionale – e i suoi (del medico) elettori.

Probabilmente così aumenterà il suo reddito, e anche quella cosa che gli sciocchi chiamano “potere”, senza sapere che dicono. Ma ne vale la pena?

Ci piace pensare che i medici in politica abbiano motivazioni ben più alte. Ma come cittadini esigiamo che, al minimo, siano all’altezza delle motivazioni di quell’amico: “per i soldi e per il potere; ma anche per migliorare il marciume di questa politica”.

Perché se no non ne vale la pena. E ci rimettiamo tutti. Medici e cittadini.

Il dibattito è aperto.

Nel frattempo, il cittadino attento ci mediti su… Perché è lui, il cittadino, l’unico medico per i medici malati di politica.

Originally posted 2009-04-20 10:30:34. Republished by Blog Post Promoter

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Rimbalziamoli

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rimbalziamoli, lega, razzisti, ignoranti, paura, violenza,  emarginazione

Da più di vent’anni infangano il nostro Paese e i suoi cittadini.

Sono talmente ignoranti, insicuri, razzisti, complessati, pieni di paure e di fobie – che persino il resto della classe politica, in confronto a loro, sembra quasi passabile.

Le loro bocche impresentabili, sempre enormemente più grandi dei loro cervelli, eruttano continuamente fiumi di un fango che rischia ormai di soffocare il Paese, precipitandolo nel razzismo e nel più atroce governo della paura.

Se l’Italia è una superpotenza culturale, questa masnada di ignoranti e presuntuosi, doppiamente orgogliosi della loro ignoranza e della loro presunzione – questi sono i veri clandestini.

Certi leghisti sono la vergogna del Paese, dell’Europa e del mondo civile.

Rimbalziamoli!

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IL TALOS HA FINITO DI SOFFRIRE

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Il Talos Festival è morto. E i Domenicani chiudono. L’ex convento-centro culturale ristrutturato a peso d’oro pochi anni fa ha già bisogno di interventi e di messe a norma. Il suo futuro è incerto, come in fondo quello della città. Ne avevamo già scritto – ahimé, profeticamente – un anno fa…

NON CHIEDERTI PER CHI SUONA IL TALOS

Il Talos si farà. Dopo mille voci contrastanti, ecco la presentazione, in una splendida mattina di settembre, nella cornice del tutto inusuale del Palazzo Jatta. Una cornice talmente affascinante che viene da chiedersi se si sia qui per il Talos o si insegua la presentazione solo per essere qui.

talos

L’atmosfera è rilassata e, come sempre da noi, incline alla tolleranza verso gli (inevitabili?) ritardi con cui tutto comincia, quando comincia. Lo splendido salone di casa Jatta, peraltro, non manca di spunti per attirare la nostra attenzione. Le foto di famiglia; le clip con regnanti Savoia e duchi e nobili di varia caratura, i quadri alle pareti, gli stucchi dorati, le tende damascate e tutto quanto ci si aspetterebbe da questa sorta di casa regale ufficiosa della città.

In sottofondo un notturno al pianoforte. Con orgoglio la signora Jatta, splendida e affabile padrona di casa, nota: “lo ha composto mio nonno. E per me è sempre un’emozione…”.

Mentre attendiamo le autorità, un’occhiata alla (brutta e scomoda) brochure che descrive gli eventi. E risponde alle voci. Il Talos si farà dal 12 al 14 settembre. Un po’ più dei due giorni paventati dai pessimisti. Ma in compenso dall’8 all’11 settembre c’è “Pianoforte Songbook, pianisti pugliesi in concerto”. In totale, 7 giorni. Insomma un Talos ridotto, ma un evento allungato, grazie ai pianisti etnicamente definiti. Una specie di colpo al cerchio e colpo alla botte. O il classico tentativo di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se sia stata un’intuizione geniale o un espediente di poco conto, saranno le serate stesse a dircelo.

Il tutto sotto la spada di Damocle di una città che sembra non farcela, come nota lo stesso Sindaco nell’inevitabile introduzione in seconda di copertina: “…il Talos Festival…difficile da sostenere in continuità … per un Comune medio-piccolo come il nostro, costretto continuamente a “tagli e ritagli” di bilancio“.

Evidentemente la sperimentazione è il destino del Talos. Agli inizi era sperimentazione musicale, col grande Pino Minafra che ne è stato l’anima e l’iniziatore. Oggi si tratta di sperimentazione finanziaria. L’investimento di una vecchia signora timorosa di veder mai tornare indietro i pochi capitali che ha potuto impiegare. Senza alcuna certezza di poter ripetere l’investimento e col vago sospetto che non ci sarà niente da reinvestire.

Ma il Talos è una cartina di tornasole importante per questa città. Proprio come il Palazzo Jatta. Si assomigliano, e in fondo assomigliano alla città. Un grande passato e un futuro incerto. Come i grandi quadri bisognosi di restauro del salone, come le riparazioni murarie non più affrescate, come gli infissi delle finestre, che mostrano con fin troppa evidenza i loro secoli di usura. O come la ruggine che copre l’inferriata della splendida terrazza su Piazza Bovio.

Qui, con questa vista mozzafiato, sotto il sole rigurgitante di energia e con la ruggine dell’inferriata tra le dita, c’è da chiedersi se questa città saprà ritrovare la sua strada e costruirsi un futuro all’altezza del passato.

Lo vedremo da quanta attenzione la città saprà dare alla sua storia, alla cultura, alla sua anima troppo spesso compressa in una quotidianità sconfortante. Lo sapremo dal destino di Palazzo Jatta, lasciato all’inevitabile decadenza o riscoperto come salotto culturale comune. Lo vedremo dal Talos e persino dai pianisti pugliesi. Sulle loro note ballerà il nostro futuro.

(link all’articolo originale)

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Lei Vescovo, Io Prete

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Lettera di don Paolo Farinella, teologo e biblista, sacerdote della Diocesi di Genova, rivolta al cardinale Bagnasco nella sua doppia veste di vescovo di Genova e presidente della CEI. La Chiesa come dovrebbe essere?

Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

don Paolo farinella

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato» , lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione (arringa mediatica da Porta a Porta) e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia . Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina d’incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.

Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati . I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti . E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.

I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi . I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.

Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza ?

Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv , al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare a ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo?Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.

Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che – è il caso di dirlo – è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».

Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix » (La Stampa, 8-5-2009).

Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte ; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo ; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro » (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).

Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.

Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito , ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.

Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.

In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009

Paolo Farinella, prete

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Un Giorno Senza Sorriso

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Un Giorno Senza Sorriso è Un Giorno Perso (Charlie Chaplin)

Quanti anni si perdono in un giorno solo…:-(

Impara a sorridere. Riguadagnerai il tuo tempo!…:-)

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La Lingua della Lega

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L’Italiano è una lingua complessa, ricchissima e molto articolata. Con otto secoli di storia alle spalle, parlata da molte decine di milioni di persone di ogni latitudine in tutto il mondo, nota ovunque come lingua colta, e con radici che affondano addirittura nei millenni, nelle lingue greca e latina – è la lingua di molti tra i più grandi capolavori letterari del mondo, la lingua ufficiale dell’opera lirica, e una delle lingue più importanti dell’arte, della musica, della scienza, della letteratura, della filosofia e del pensiero creativo in genere.

barbari leghisti

Ma, per questi stessi motivi, è una lingua difficile. Quasi incomprensibile per chi non è dotato della necessaria cultura e di una almeno passabile apertura mentale. Perciò, una lingua fuori dalla portata di qualunque leghista.

Per questo motivo appoggiamo la proposta leghista di introdurre un esame di dialetto per i docenti che vogliano insegnare al nord.

Anzi: premurosi come sempre siamo per le minoranze svantaggiate, specie culturalmente – noi andiamo oltre. Vogliamo infatti dare una chance a chi chiude il mondo fuori  dalla propria aia, e chiude se stesso dentro. Ognuno ha diritto alla sua caverna.

Vogliamo perciò rendere obbligatorio il dialetto padano semplificato in tutti i territori governati dalla Lega, e meglio ancora su tutto il territorio italiano ed europeo (e tu attento, Barack!).

Tutto dev’essere ridotto ai gesti elementari (vedi immagine) e a tre sole parole: usti per esprimere meraviglia; pota per la perplessità; terùn per tutto il resto dell’ignoto universo.

Ai deputati soltanto, o aspiranti tali, sarà consentito frequentare un Master di Alta Specializzazione Lego-Linguistica in cui, in soli sei anni, potranno imparare altre 5 parole (alla impressionante media di quasi una all’anno): Roma Ladrona e Ce L’Ho Duro (va bé, sono sei; ma l’aritmetica elementare è oggetto di una altro Master a parte…:-)

Sei d’accordo?

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Due Euro per Berlusconi

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berlusconi corna due euroQuest’anno (2009) il nostro Presidente del Consiglio ha guadagnato 10 volte meno che l’anno scorso (da 139 a 14 milioni di euro).

Se va avanti così, Berlusconi rischia la fame entro pochi anni. Nel 2014 infatti guadagnerebbe solo 140 euro
Poiché siamo sinceramente convinti che un uomo così sia una risorsa per la nazione, non solo come cibo per comici, ma proprio per far vedere la differenza tra un vero uomo di governo e uno che non gli somiglia per niente;
poiché inoltre, e non secondariamente, è una questione di tradizione e di orgoglio nazionale che il cittadino più influente abbia anche tutti i privilegi più sfacciati, non uno di meno;

poiché infine siamo convinti che un capo del governo sereno dia serenità al Paese, mentre uno che rasenta la povertà sia pericolosamente soggetto a corruzione (tanto poté la sorte, che ribaltò i ruoli…);

per tutti questi motivi chiediamo ad ogni cittadino della Repubblica di donare due euro per Berlusconi.

Inclusi immigrati, bambini e moribondi, siamo circa 60 milioni; a due euro a testa, ce la si fa.

Ma non fate i furbi: 2 euro per ogni italiano vuol dire che dovete versare 2 euro per ogni componente della vostra famiglia, più uno in contributo per i clandestini, più uno per gli indigenti nazionali, più uno per chi non ha internet e quindi non sa. Più altri due perché non si sa mai e perché è sempre meglio abbondare (un euro per ciascun detto…:-).
Insomma, il numero dei componenti la tua famiglia, per due, più cinque. Se siete in tre, fa undici euro; se siete in tredici, trentuno e così via. Se siete Emilio Fede, potete abbondare…

Gli italiani resteranno senza ammortizzatori sociali, ma almeno il Presidente del Consiglio ce l’avrà, e adeguato.
Noi continueremo a rimanere senza uno Stato decente, e anche lui, che così condividerà generosamente il nostro destino (è chiaro, ognuno al suo livello…).

In cambio, gli chiediamo solo di mantenere le promesse elettorali.
A cominciare dall’abolizione delle Province e dalla (drastica) riduzione del numero dei parlamentari, dei ministri e deisottosegretari, con relativi sottoboschi clientelari.

Così l’investimento ci rientrerà abbondantemente e moltiplicheremo i soldi spesi.
In più, il Presidente avrà la possibilità di dimostrare che è davvero l’Unto del Signore, e in quanto tale capace di moltiplicare, se non pane e pesci, almeno gli euro.
I nostri, una volta tanto. Insomma, l’affare del secolo.

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Attenti a Facebook

Facebook è un fenomeno troppo grosso per non attirare anche l’attenzione di ogni categoria di tangheri, ladri, caricature di hackers e idioti di vario genere.

Ecco cosa mi è successo oggi. Apro la mia pagina FB e trovo un messaggio da parte di un mio contatto, assolutamente affidabile:

Ci clicco sopra. Lo facciamo tutti migliaia di volte. Ma improvvisamente il browser, l’ottimo Opera, mi avverte che sto per farmi fregare: il mio link, il normalissimo strausatissimo link di Facebook, mi porterà a subire un tentativo di Phising: cioè, cercheranno di estorcermi dei dati (user, password e chissà che altro) con l’inganno, spacciandosi per Facebook.

Ci penso un attimo e mi faccio due calcoli: penso francamente ad un errore del browser (eh, sì: anche i migliori sbagliano). Infatti sono DENTRO al VERO sito di Facebook. Come è possibile che le difese del social network più diffuso al mondo siano così perforabili?

La decisione è presa. Sono su Linux, al volante di Opera e con il cervello ben acceso. Rischio.

Ed ecco la seconda schermata:

Questa volta il mio saggio browser accende una bella finestra rossa di allarme proprio sulla barra degli indirizzi. Più chiaro di così…

Opera aveva ragione.

Anche se ero dentro al VERO sito di Facebook, il link mi ha non di meno portato su questo sito fake, dal nome ridicolmente similsuonante di fucabook.com, il quale mi chiede allegramente di fare il login, forte del fatto che la sua grafica è copiata ed identica a quella del vero sito di FB.

Basta un minuto di disattenzione, e la frittata è fatta.

Questa volta è andata bene. Ma non facciamoci illusioni: torneranno.

Perciò, se segui il mio consiglio, usa possibilmente Linux, o quantomeno un browser moderno (Opera è ottimo, ma non è il solo), e soprattutto MAI, MAI, MAI spegnere il cervello…

O preferisci fare un giro su Fucabook? :-)

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La Politica senza Progetto

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Diciamolo pure, la politica raramente accende gli animi. E quando lo fa, sono gli animi di pochi. Gli altri, tutti gli altri, si limitano a seguire il vento. Al massimo, “si interessano”.

Eppure è ben strano, se pensiamo che la politica in gran parte decide le nostre vite. O almeno, il loro aspetto sociale. Non è solo una questione di medici in politica. E’ importante; ma non basta.

Tramonto dell'Impero

Né basta l’amara constatazione che continuiamo a pagare l’esistenza delle Facoltà di Scienze Politiche in realtà ridotte a Centri Studi del tutto teoretici e inoffensivi, quasi senza alcun impatto sulla realtà, se si eccettua il mandare ogni tanto in tv un “esperto” che discetterà più o meno appassionatamente, più o meno competentemente, di cose che i politici continueranno tranquillamente ad ignorare.

Gliele segnalo, ministro Gelmini, a Lei o ad altro incompetente che con ogni probabilità la seguirà. Potremmo abolirle e risparmiare qualcosa.

Nello stesso tempo raccomando di abolire le facoltà di Filosofia, che non sono solo inutili, ma dannose. E  continuano a produrre questi strani personaggi, i filosofi, che hanno la pretesa nientemeno di capire, di cercare la verità, di cambiare le cose, come se non sapessero l’arcano segreto che voi “governanti” conoscete bene e che uniforma ovunque la vostra azione: che il mondo è stato condannato dall’inizio alla mediocrità, all’insipienza, alla dappocaggine e alla truffa, quando non alla violenza, dei governi e delle mafie più o meno planetarie che li controllano e se li spartiscono.

Aboliamole, queste Facoltà. Che a nessuno venga in mente che la politica si può insegnare. E che la realtà si può migliorare.

Poi sia la volta della scuola, massacrata e sbrindellata ma ancora troppo libera. Riempiamola di professori di religione, purché graditi al vescovo-portatore-di-voti (pardon, di doni…).

Allora sì che avremo la bella società, nani e ballerine al governo (come ora, destra o sinistra poco importa…). La Tv sarà l’unica scuola, l’unica università. Studieremo Storia del Calcio, Filosofia del reality, Economia della Prova del Cuoco e tante altre meraviglie.

cittadini in cerca di futuro

Ogni tanto lo Zichichi di turno a parlarci della Scienza conferenziera, non quella reale, sudata e sofferta, affidata magari ai precari; ma quella che si riempie la bocca della sua stessa parola, che neanche si sogna di mettere naso negli assetti di potere: basta finanziarla e adularla, e lo servirà fedelmente, ciecamente.

Perché entrambi, scienza salottiera e potere, sono il frutto dello stesso inganno, del vuoto che si nasconde dietro i paroloni, le cariche e i titoloni accademici, politici, di recinto e di gregge.

E quando si avrà voglia di cambiare aria, ecco la chiesa. Con lo stesso spirito con cui si esce la domenica e si va all’ipermercato. Così si evade restando nel recinto.

Insomma tutto, davvero tutto, senza esclusione di colpi, per combattere ed eliminare l’aspirazione più antica, nobile ed essenziale dell’uomo e del cittadino: la libertà.

C’è sicuramente una relazione diretta, un parallelismo devastante, tra questa drammatica decadenza della società e l’attacco sistematico all’istruzione pubblica, a tutti i livelli, con la falsa motivazione del risparmio. Perché falsa è. Perché se si volesse davvero risparmiare, ogni cittadino sa benissimo da dove si dovrebbe cominciare.

Le società in ascesa investono pesantemente nell’istruzione, che da noi è considerata un mero costo, quando non un peso parassitario.
E questo perché siamo governati dalle forze antagoniste alla cultura libera: da oligarchie di partito che escludono e umiliano i cittadini, e che sarebbero spazzate via in una competizione vera.

Da oligarchie religiose che umiliano la fede viva e spesso esmplare di molti sacerdoti della chiesa di base.

Da oligarchie economiche che schiacciano le forze economiche sane, creative e innovative; che stanno in piedi grazie al gioco finanziario delle scatole cinesi ed ai copiosi sovvenzionamenti pubblici, in uno scambio di favori dostojevskiano che ricorda più la complicità nei delitti, piuttosto che la collaborazione e la competizione di forze sociali in una democrazia aperta.

Da oligarchie militari, dei servizi segreti, delle forze di polizia, la cui fedeltà allo Stato si è potuta ben misurare con la P2, e che si sostengono grazie ai reciproci favori gerontocratici e a spese dei tanti militari e poliziotti che il lavoro lo prendono sul serio, e magari ci rimettono la vita.

Eroi del nostro tempo, o, a scelta, poveri stupidi che non si sono ancora piegati all’unico dio riconosciuto dai vertici: il denaro, e quello che porta con sé in termini di potere, prestigio (prestigio cafone, ma tant’é…), poltrone, corredo di servi e lacché vari, cortei di auto lampeggianti e strombazzanti per i centri delle città per far sapere che stanno arrivando loro, i volgari sacerdoti del potere parassitario e impresentabile, cialtrone e casinaro, esibito e ostentato per mascherare il vuoto spaventoso che lo ha prodotto.

Da oligarchie accademiche, ficcate nell’università a via di calci dove non si può dire, e di agganci inconfessabili; o con concorsi rigorosamente truccati, vere e proprie terapie da accanimento per tenere in vita una classe docente tanto più mediocre (e quidi obbediente) quanto più si sale nel livello del così detto potere, in ossequio alla regola, da noi universale, che le cariche si assegnano per appartenenza e per sottomissione, non certo per merito, e figuriamoci per libertà di pensiero e di originalità. Sapienti del giorno bisestile. Esperti da parata televisiva.

informazione libera e democrazia

E che dire dell’informazione? Quella che dovrebbe essere l’arma dei cittadini per controllare il potere, i propri rappresentanti, è la cloaca più fetida di questa ormai ex Repubblica, che scivola ogni giorno verso l’autoritarismo e la dittatura. No, non per Berlusconi. Il problema non è lui. Lui ne é solo la facciata. Solo il logo sul tappo.

Il problema è il rapporto con i cittadini di una classe politico-economico-sociale, residuato dell’età dei Blocchi contrapposti, che non vuole andare via, che si sostiene con tutti i mezzi; una casta che non disdegna neanche l’appoggio delle mafie, anzi a volte lo cerca, pur di non cadere: perché sa che gli unici a cui davvero potrebbe appoggiarsi solidamente, i cittadini, se potessero la farebbero fuori all’istante. Politicamente, s’intende.

Un tappo micidiale che brucia, condanna, umilia, devasta, disperde e soffoca le energie migliori del Paese, quelle che nei secoli ci hanno reso una superpotenza culturale, e che oggi sono schiacciate dalla deriva del paese che diviene una superpotenza mafiosa, nel senso più lato, generale, onnicomprensivo, pervasivo e soffocante del termine. Qualcosa di molto più potente, e quindi molto più soffocante della mafia propriamente detta. Qualcosa che sta alla mafia tradizionale come la strage di via D’Amelio sta all’agguato di lupara.

Ma questo gioco al massacro può funzionare solo finché c’è un dividendo da distribuire. E una paura comune (non di casta) da fronteggiare.
Ha funzionato per tutto il secondo dopoguerra, col Paese in crescita (con l’Europa in crescita, con l’Occidente in crescita), il benessere economico che aumentava, e la paura del comunismo.

Oggi il comunismo non c’è più, salvo che nei sondaggi interessati del premier e nella testa di nostalgici impauriti di entrambi gli (ex) schieramenti. Oggi l’economia è in recessione: non si distribuisce; si taglia o si tassa. E quando la recessione finirà, rimetteremo fuori la testa e scopriremo che il mondo è cambiato, che sono arrivati  molti concorrenti di economia pari o superiore alla nostra, ma con alle spalle una società ben più viva e dinamica, che investe in cultura e tecnologia, che “sa stare al mondo” molto meglio di una vecchia nave gloriosa, in pugno a un equipaggio malsano, inetto, cieco ma comunque vorace e insaziabile.

L’Occidente è saltato. Nessuno ne parla, ma è già morto. L’esplosione bancaria degli Stati Uniti, che rimangono in piedi solo (ma per quanto ancora?)  grazie ai risparmi cinesi, racconta un futuro che nessuno vuol vedere, ma è già scritto. Gli USA non sono più in grado di guidare il mondo.

Il futuro è fatto, nella migliore delle ipotesi, di accordi multilaterali che essi giocheranno con i grandi players mondiali, la Cina, la Russia, l’India, sulla testa dell’Europa o con l’Europa ridotta a portaborse.

L’apertura di credito di Barack a queste potenze significa una cosa sola: gli USA cercano nuovi alleati. Lo sgangherato cowboy che ha condotto l’assalto all’Iraq, o meglio che se ne è preso la responsabilità, è stato probabilmente l’ultimo prodotto storico di un’alleanza finita per esaurimento.

Addio Europa. Il legame ombelicale euro-americano è rotto; la guerra irachena lo ha dimostrato: con gli USA sono rimasti gli europei più deboli e ricattabili, o più intrinsecamente legati all’economia americana: l’Italia e la Gran Bretagna.

Nel nuovo mondo che si costruisce sotto i nostri occhi, la stessa Europa rischia di essere tagliata fuori; di passare dal vassallaggio morbido al pieno isolamento. Ricca gallina dalle uova d’oro, l’incertezza è solo su quale cuoco la cucinerà.

In tutto questo quadro, col mondo in piena rivoluzione, l’Europa condominiale e ragionieristica è già finita. La forza di attrazione geo-politica delle nuove (e delle vecchie) potenze  la spezzetterà inesorabilmente.

Bisogna arrivare all’unità politica, e subito, per contare qualcosa. Altrimenti, dopo aver dato l’addio alla posizione di comando della storia, daremo l’addio anche alla storia in quanto tale. Scivoleremo nel limbo di quello che un grande filosofo (europeo) ha chiamato i “popoli messi da parte”.

In questo contesto, le elezioni provinciali offrono il picco della drammaticità. La nostra provincia diventerà area metropolitana: è l’ultima elezione in cui esiste, e si chiama così. Tutte le altre province sono state minacciate di azzeramento da destra e da sinistra; e i cittadini reclamano il rispetto di questi impegni. Quanto dureranno ancora?

Le province sono già dei cadaveri politici e questo frenetico affaccendarsi di partiti, liste e candidati per queste poltrone già morte da il senso squallido della muta dei cani randagi, privi di passato e di futuro, che si disputano gli avanzi della decomposizione.

E che malinconia queste riunioni, questi “vertici”, questi quadri grigi e sbiaditi, sopravvissuti a un tempo che fu; quadri solo apparentemente viventi, ripieni di vecchie cariatidi che si riciclano; di antichi nemici che si raggruppano detestandosi, perché a Roma o altrove qualcuno ha deciso così; questi politici, anzi politicanti della chiacchiera e della presa in giro che raccontano lo stesso sermone a folle narcotizzate (essi credono) dalla tv, e perciò senza alternative.

Queste mezze figure senza spessore, queste mezze calzette roteanti rumorosamente in un mondo per sempre spezzato a metà, capiranno presto quale conto salato gli toccherà pagare.

Il futuro inarrestabile

Sbranarsi per una poltrona-sarcofago in una provincia già morta, in una ormai ex-Repubblica, in una nazione agonizzante che spera solo in un’Europa che non nasce. E’ il momento in cui si rompono le acque; in cui tutto crolla, diluvia e travolge: e il lungo processo del parto è appena iniziato.

E’ l’apoteosi della politica triste: della politica senza progetto, senza visione, senza meta: senza valori.
La difficile arte del governo, ridotta al puro azzuffarsi per riempirsi le tasche. La guerra dei topi mentre la nave affonda.

E a noi non andrà meglio. Noi cittadini ci toccherà pagare comunque.
Ma almeno la scelta oggi è chiara.

Rimettere la conoscenza al centro, togliere questo maledetto tappo che soffoca il Paese, azzerare la classe dirigente parassitaria, complice del disastro o incapace di prevederlo, prevenirlo e fronteggiarlo; e ricominciare a crescere per mantenere il nostro posto nel mondo, la nostra identità, il nostro valore di italiani e di europei che ritrovano lo spirito per rimanere in corsa per il futuro con le vere “armi”, i valori, che li hanno resi veramente grandi.

Oppure rassegnarsi a una deriva autoritaria, in cui si continuerà ad affondare, in cui si continueranno a tagliare spese essenziali, e quando non ci sarà più niente da tagliare si passerà al manganello.

Il mondo che è finito non tornerà. Ma nel mondo che sorge possiamo ancora dire la nostra. Sta solo a noi. Dopo tutto, non si può rimanere tristi e nel guado per l’eternità.

E’ la scelta epocale a cui tutti siamo chiamati. Liberarci ora, o rimanere schiavi per sempre.

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Originally posted 2009-04-23 12:33:41. Republished by Blog Post Promoter

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